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Made Appalti

Dal 1° gennaio nuova norma in materia di F24

a norma che prevede, da parte del datore di lavoro, il versamento senza compensazione delle ritenute con F24 separati per committente, coinvolge anche le agenzie per il lavoro e il distacco

La stretta sulle ritenute negli appalti non fa sconti. La norma che, per le opere o servizi di valore complessivo annuo superiore a 200 mila euro, prevede da parte del datore di lavoro il versamento senza compensazione delle ritenute con F24 separati per committente (risoluzioni delle Entrate 108/E e 109/E/2019), coinvolge anche le agenzie per il lavoro e il distacco. In compenso, la disposizione, che ricordiamo riguarda le prestazioni c.d. «labour intensive» ed è in vigore dal 1° gennaio 2020, frutto dell’articolo 17-bis del decreto legislativo n. 241/97 come modificato dall’articolo 4 del dl 124/2019 (decreto fiscale), esclude le prestazioni di trasporto (che avvengono sul mezzo) e quelle di logistica effettuate presso le sedi del prestatore. Al netto della scrematura conseguente all’introduzione della soglia dei 200 mila euro, i dubbi interpretativi non mancano, così come gli effetti paradossali: su tutti quelli che, come visto sopra, coinvolgono pure le prestazioni rese dalle agenzie di somministrazione lavoro le quali, per definizione, effettuano appalto lecito di manodopera.

I parametri del nuovo art. 17-bis. A fronte di una formulazione originaria esageratamente ampia («compimento di un’opera o servizio»), l’ambito applicativo effettivamente in vigore risulta significativamente ridimensionato. Parametro quantitativo a parte dal lato oggettivo, infatti, sono stati ricalcati i medesimi parametri previsti per l’estensione (subordinata ad autorizzazione comunitaria) del reverse charge di cui alla nuova lettera a-quinquies dell’articolo 17, comma 6 del dpr 633/72 ossia: prestazioni caratterizzate «da prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente con utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest’ultimo o ad esso riconducibili in qualunque forma». La norma in vigore richiama, in sostanza, tre parametri: esecuzione presso il committente, prevalente utilizzo di manodopera e utilizzo dei beni del committente.

Luogo di esecuzione. Il parametro «geografico» (esecuzione presso «le sedi di attività del committente») consente di evitare incubi a tutti gli appaltatori, subappaltatori o affidatari che, con i loro dipendenti, eseguono l’opera o la prestazione presso la propria sede. Si pensi, ad esempio, a tutte le imprese terziste oppure anche all’esagerata situazione che – senza modifiche – avrebbe coinvolto le autofficine con dipendenti per la riparazione delle auto aziendali. A dispetto dell’originaria relazione illustrativa sono da ritenersi escluse anche le prestazioni di trasporto (che avvengono sul mezzo) cosi come quelle di logistica effettuate presso le sedi del prestatore. Rimane incluso invece (ma solo sopra soglia annua) il puro facchinaggio presso le sedi del committente mentre va chiarito il caso degli appalti e subappalti in edilizia che (alla lettera) non avvengono presso «le sedi» dei committenti ma in «cantieri».

Beni strumentali del committente. Fra gli aspetti dubbi vi è anche la correlazione fra prevalenza della manodopera e utilizzo dei beni strumentali del committente. Per un’impresa di pulizie, ad esempio, che eroga prestazioni di manodopera indubbiamente presso le sedi dei committenti, v’è differenza se la strumentazione utilizzata (l’aspirapolvere, il mocio lava pavimenti, ecc) e, perché no, i materiali d’uso (detersivi, sacchi ecc.), sono forniti dal prestatore anziché dal committente? La risposta, letteralmente, parrebbe affermativa (vedi preposizione «con») ma quello dell’utilizzo dei beni strumentali del committente potrebbe non essere un requisito dirimente altrimenti la norma risulterebbe svuotata proprio del caso più evidente che vorrebbe contrastare ossia la somministrazione illecita di manodopera. Giova osservare, a tal riguardo, che la rubrica dell’art. 17-bis così recita: «Ritenute e compensazioni in appalti e subappalti ed estensione del regime del reverse charge per il contrasto dell’illecita somministrazione di manodopera».

Il paradosso del lavoro interinale. Tralasciando che il richiamo del «reverse charge» nella citata rubrica è inappropriato (il 17-bis si occupa solo di ritenute e compensazioni) non può però passare inosservato come nel «copia incolla» del wording del reverse charge è stato omesso il riporto dell’esclusione applicativa per le prestazioni rese dalle agenzie per il lavoro disciplinate dal capo I, titolo II, del decreto legislativo n. 276/2003. Come deve essere interpretata tale omissione? Una svista oppure una sottesa volontà di introdurre ulteriori paletti (rispetto a quelli introdotti nel 2018 dal decreto «dignità») mirati a scoraggiare l’uso del lavoro interinale over 200.000 annui? Chiarimenti, infine, paiono opportuni anche per l’altra forma lecita di appalto: il distacco ex art. 30 del dlgs 276 considerato che la novella coinvolge i «rapporti negoziali comunque denominati».

 

ESTRATTO DA ITALIAOGGI.IT

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