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Made Appalti

Aumento dei costi e revisione dei prezzi, relazione dello studio legale MMZ

clausole di revisione dei prezzi

L’emergenza epidemiologica in corso ha acuito una problematica smarrita nelle pieghe dell’ultima riforma del Codice degli appalti, ossia la presunta impossibilità di procedere alla compensazione dei prezzi, in difetto di “clausole di revisione dei prezzi” “previste nei documenti di gara iniziali in clausole chiare, precise e inequivocabili” (art. 106, comma 1, lett. a).

La criticità non riguarda i contratti stipulati a seguito di bandi o avvisi per la scelta del contraente pubblicati antecedentemente al 19 aprile 2016, per i quali continua a trovare applicazione l’art. 133 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, che attribuisce all’Appaltatore il diritto di presentare dedicata istanza, al fine di ottenere la compensazione dei prezzi, secondo i parametri indicati nel decreto del Ministero delle infrastrutture e dei Trasposti entro il 31 marzo di ogni anno.

Siffatta previsione non risulta però riproposta nel nuovo Codice talché le Stazioni appaltanti, valorizzando sia detta assenza, sia le previsioni capitolari che ormai costantemente escludono l’applicabilità dell’art. 1664 cod. civ., sovente affermano l’impossibilità di riconoscere incrementi di prezzo, seppur imputabili a circostanze impreviste ed imprevedibili.

Le conseguenze di una tal rigidità non sono però compatibili con l’attuale contesto produttivo, nell’ambito del quale si sono registrati, a far tempo da dicembre 2020, la penuria ed il repentino aumento del costo di molteplici materiali da costruzione, fra i quali spicca l’acciaio, il cui listino ufficiale ha segnato un aumento di prezzo pari a quasi il 75%.

Tale situazione ha reso palesemente inadeguato il tradizionale rimedio della riserva, tanto caro ai Committenti, nella misura in cui consente a costoro di ribaltare sull’esecutore il maggior onere finanziario, rinviando il momento della discussione del problema e dell’eventuale esborso supplementare.

Pertanto, gli operatori economici, impossibilitati a sopportare ulteriori costi in un ambito tanto deteriorato,  si interrogano circa la possibilità di approntare soluzioni alternative.

Al riguardo la giurisprudenza è ancora silente mentre la dottrina ricorre ai principi generali dell’ordinamento ed alle previsioni del codice civile, al quale espressamente rinvia, quale clausola di chiusura, l’art. 30, comma 8, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50.

Il compendio non è tuttavia ampio, risultando prima facie invisa, laddove rischiosa, la possibile richiesta di risoluzione del contratto, per eccessiva onerosità sopravvenuta, ai sensi dell’art. 1467 cod. civ.

Difatti, tralasciata la concreta possibilità che il Committente non condivisa il ricorrere dei relativi presupposti, intimando all’Appaltatore l’esecuzione, pena la risoluzione in danno, vi è sempre il pericolo che sia accordato il previsto scioglimento, in luogo dell’auspicato rifiuto alla cessazione del vincolo e la conseguente “equa modifica delle condizioni del contratto”.

Non resta allora che appellarsi al generalissimo principio dell’obbligo di esecuzione in buona fede del contratto (artt. 1175, 1176 e 1375 cod. civ.), altresì rafforzato dalla previsione di un medesimo dovere, in sede di interpretazione del patto (art. 1366 cod. civ.), il quale, tuttavia, lascia l’Appaltatore sprovvisto di rimedi, in difetto di una concreta volontà collaborativa del Committente.

Ma se così è, forse vale tornare alla norma speciale, che ad una più attenta analisi statuisce: nel limite di un “aumento di prezzo non eccede[dente] il 50 per cento del valore del contratto iniziale” (comma 7), “I contratti di appalto nei settori ordinari e nei settori speciali possono essere modificati senza una nuova procedura di affidamento nei casi seguenti: […] c) ove siano soddisfatte tutte le seguenti condizioni […]: 1) la necessità di modifica è determinata da circostanze impreviste e imprevedibili per l’amministrazione aggiudicatrice o per l’ente aggiudicatore. In tali casi le modifiche all’oggetto del contratto assumono la denominazione di varianti in corso d’opera. Tra le predette circostanze può rientrare anche la sopravvenienza di nuove disposizioni legislative o regolamentari o provvedimenti di autorità od enti preposti alla tutela di interessi rilevanti; 2) la modifica non altera la natura generale del contratto”, secondo quanto previsto dall’art. 106, comma 1, lett. c) del D.lgs. 50 / 2016.

Non è revocabile in dubbio che l’emergenza da Covid-19, seppur non strettamente rientrante fra gli accidenti dell’”amministrazione aggiudicatrice”, sia universalmente riconosciuta quale “circostanza imprevista ed imprevedibile”, dalla quale sono scaturite “nuove disposizioni legislative […] o provvedimenti [… volti …] alla tutela di interessi rilevanti”, incidenti sul ciclo produttivo dei pubblici appalti e della relativa filiera.

Donde la possibilità  di compulsare la Stazione appaltante all’adozione di una “perizia di variante” destinata al giusto riequilibrio del sinallagma contrattuale.

Tanto non in ossequio di un principio generale dell’ordinamento, pur esistente, ma di una specifica norma del corpus normativo di riferimento.

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