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Il Recovery plan di Draghi arriva a Bruxelles, ma ora scatta l’esame Ue. E non sarà una formalità

Recovery plan italiano, le cifre e le mission

L’Italia ha inviato alla Commissione il documento di ripresa e resilienza nell’ultimo giorno a disposizione degli Stati per avere i primi fondi a luglio. Nei prossimi mesi, le istituzioni europee diranno la loro sulla proposta.

Giusto in tempo. Il Governo italiano ha presentato nella tarda serata del 30 aprile il suo piano nazionale di ripresa e resilienza che, se approvato, spalancherà le porte del Belpaese a poco più 190 miliardi di euro in arrivo dall’Unione europea da investire nella rinascita economica post-Covid“.

Rispettata la scadenza

La crisi di Governo e le difficoltà nel mettere d’accordo tutti i partiti della nuova maggioranza rischiavano infatti di far slittare la presentazione ufficiale oltre il 30 aprile, ovvero dopo la scadenza entro la quale gli Stati che vogliono ricevere il prefinanziamento a luglio dovevano presentare la loro proposta. L’anticipo dei fondi Ue per l’Italia, tra prestiti e sussidi, ammonta a circa 25 miliardi. Ma il percorso per ricevere le risorse non si conclude con la presentazione del piano di ripresa e ora Bruxelles avrà in totale tre mesi di tempo per esaminare e valutare il piano.

Il piano italiano

Secondo quanto ha reso noto la Commissione europea, l’Italia ha richiesto un totale di 191,5 miliardi di euro, di cui 68,9 miliardi in sovvenzioni e 122,6 miliardi in prestiti. La cifra corrisponde all’importo totale a disposizione del Belpaese per la ripresa. “Il piano italiano – si legge in un comunicato dell’esecutivo Ue – è strutturato intorno a sei aree: 1. digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; 2. rivoluzione verde e transizione ecologica; 3. infrastrutture per la mobilità sostenibile; 4. istruzione e ricerca; 5. coesione e inclusione; 6. salute. I progetti del piano coprono l’intera durata del programma di ripresa europea, fino al 2026.

Inizia una nuova trattativa

“Nelle prossime settimane tradurremo i piani di ripresa in atti legali”, ha annunciato pochi giorni fa Ursula von der Leyen nel corso di un videomessaggio, col quale la presidente della Commissione ha fatto il punto sul Recovery Fund. Quello della cosiddetta traduzione in atti legali potrebbe sembrare un dettaglio di poco conto per i non addetti ai lavori, invece, si tratta di uno dei passaggi fondamentali del percorso di ripresa Ue. La cosiddetta traduzione del piano di ripresa e resilienza italiano in un atto legale, così come quella relativa ai piani degli altri Paesi Ue che hanno chiesto i fondi, sarà un procedimento necessario per standardizzare i vari documenti che saranno, naturalmente, diversi tra loro. Fonti di Bruxelles garantiscono che in questa fase, legalmente parlando, ci sarà ancora spazio per le modifiche ai dettagli del piano. Di qui una nuova trattativa che si aprirà dal 3 maggio, quando i funzionari dell’esecutivo Ue inizieranno a esaminare il piano.

I criteri di valutazione del piano

La Commissione ha due mesi di tempo per verificare la conformità del piano italiano agli undici criteri di pertinenza, efficacia, efficienza e coerenza all’impianto generale del Next Generation Eu. Sono tutti contenuti all’articolo 19 del Regolamento sul dispositivo per la ripresa e la resilienza, ovvero il piano di sussidi e prestiti destinati agli Stati membri. Secondo il terzo criterio, ad esempio, la Commissione dovrà valutare se il piano “è in grado di contribuire efficacemente a rafforzare il potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e la resilienza economica, sociale e istituzionale dello Stato membro”. Il quarto parametro prevede invece che il piano sia “in grado di assicurare che nessuna misura per l’attuazione delle riforme e dei progetti di investimento in esso inclusa arrechi un danno significativo agli obiettivi ambientali”. Si tratta del principio ‘do no significant harm’, non arrecare un danno significativo all’ambiente, sul quale si prepara una lunga analisi dei punti caldi dei piani di rilancio economico scritti dai Governi che chiedono i fondi.

L’iter: dalla Commissione al Consiglio

Il settimo criterio mira a garantire “un impatto duraturo” delle misure, mentre il decimo serve a proteggere il bilancio dell’Unione da “corruzione, frode e conflitti di interessi nell’utilizzo dei fondi”, capaci di minare non solo l’efficienza dell’intervento, ma l’intera azione comune Ue per riprendersi assieme dalla crisi. Al temine del lavoro di valutazione e traduzione del piano in un atto legale, il Collegio dei commissari europei approverà una proposta di decisione di esecuzione del Consiglio. La palla passerà quindi al Consiglio Ue, che avrà un altro mese di tempo per esprimersi. L’impatto delle misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e delle riforme ad esso collegate si tradurrà in un incremento di circa un milione di posti di lavoro al 2023, rispetto al 2020 che aveva segnato una frenata di 767mila occupati a causa della pandemia. Per il capo dello Stato, Sergio Mattarella è un’occasione da non perdere: “Grazie all’importante scelta compiuta dalle Istituzioni europee disponiamo di risorse che possono aiutarci non soltanto a ripartire, ma anche a promuovere un autentico salto in avanti, una rinascita della nostra comunità. Siamo di fronte a una grande opportunità, che non possiamo disperdere. Per quest’opera di ricostruzione è necessario uno sforzo corale delle Istituzioni e delle forze economiche e sociali”, nel messaggio inviato al presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, in occasione dell’Assemblea dei presidenti delle Camere di Commercio, il Presidente della Repubblica inoltre aggiunge: “è una fase molto delicata, dove si stanno impegnando tutte le forze del Paese per assicurare, attraverso la campagna di vaccinazione, la protezione dei cittadini dalla pandemia, consentendo una ripartenza delle attività economiche e sociali, capace di generare nuovo sviluppo e ampliare per tutti il campo delle opportunità”. L’attuazione del Piano potrà spingere l’Italia verso «una crescita robusta e sostenibile», per Daniele Franco, Ministro dell’economia e delle finanze. Ma per centrare l’obiettivo occorre «chiudere i divari di genere, generazionali e regionali. L’inclusione si declina lungo tre dimensioni principali: parità di genere, inclusione giovanile e riduzione delle disparità regionali». In particolare al Sud è destinato il 40% delle risorse, per colmare un divario ancora troppo ampio con il Nord. La partita ovviamente è solo alle fasi preliminari. Perché per far viaggiare il Piano occorrerà trovare un’intesa politica solida nel ricco carnet di riforme chiamate a dare sostanza strutturale al programma di investimenti. E ancora prima bisognerà costruire l’architettura di una governance efficiente degli interventi. Agli enti territoriali, secondo i calcoli offerti dal governo alla Conferenza Unificata, competono progetti per circa 90 miliardi, 30 dei quali ai Comuni. Le Regioni, come rivendicato l’altro giorno dal neopresidente della loro conferenza Massimiliano Fedriga, ottengono l’istituzione al ministero degli Affari regionali di tavoli di confronto tecnico trasversali alle sei missioni del Piano, per individuare nel dettaglio le declinazioni territoriali di ogni missione. Le Province incassano l’impegno dei fondi per la manutenzione delle strade e i Comuni tornano a premere per le semplificazioni delle procedure di assegnazione delle risorse agli enti.

Ma vediamo meglio nel dettaglio cosa prevede il Recovery plan

 

Il dettaglio sulle risorse a disposizione, i contenuti delle missioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza, i progetti e le riforme.

Draghi presentando il Recovery Plan alle Camere ci tiene a precisare un concetto: “Sbaglieremmo tutti a pensare che il PNRR sia solo un insieme di progetti, di numeri, obiettivi, scadenze. Nell’insieme dei programmi c’è anche e soprattutto il destino del Paese…”

 

Le cifre del Recovery Plan

 

Nel complesso, come sottolineato da Draghi in Parlamento, il Piano vale 248 miliardi. Cifra che guarda però al complesso dei progetti e non, in senso stretto, a quelli previsti da Next Generation EU, che hanno un orizzonte temporale al 2026.

Guardando nel dettaglio a questi ultimi, le risorse ammontano a 235,6 miliardi:

  • 191,5 della Recovery and Resilience Facility
  • 30,6 dal Fondo complementare
  • 13,5 del programma React-Eu.

In questo scenario i fondi destinati a programmi “aggiuntivi”, cioè al di fuori di quanto già previsto dai programmi di finanza pubblica prima del Recovery, si attesta a 182,7 miliardi, compresa l’anticipazione del Fondo nazionale sviluppo e coesione per 15,8 miliardi. I 191,5 miliardi del RRF si dividono in 68,9 miliardi di euro in sovvenzioni e 122,6 miliardi di euro in prestiti. Il primo 70% delle sovvenzioni è già fissato dalla versione ufficiale del Regolamento RRF, mentre la rimanente parte verrà definitivamente determinata entro il 30 giugno 2022 in base all’andamento del PIL degli Stati membri registrato nel 2020-2021 secondo le statistiche ufficiali.

Com’è strutturato il Piano nazionale ripresa e resilienza

 

Il Piano è articolato in 6 missioni. A cambiare rispetto alla versione presentata da Conte sono le risorse messe a disposizione per ognuna: si riducono complessivamente i fondi per ogni settore di intervento, eccetto per ‘Istruzione e ricerca’, che guadagna fondi nella nuova versione.

Recovery Plan: la ripartizione delle risorse per Mission: 

  • Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura: 40,73 miliardi
  • Rivoluzione verde e transizione ecologica: 59,33 miliardi
  • Infrastrutture per una mobilità sostenibile: 25,13 miliardi
  • Istruzione e ricerca: 30,88 miliardi
  • Inclusione e sociale: 19,81 miliardi
  • Salute: 15,63 miliardi

Le risorse rappresentano la sola quota PNRR. Quota cui vanno aggiunte le risorse provenienti dal Fondo complementare al Recovery e da React-EU, lo strumento previsto nell’ambito di Next Generation UE che rappresenta un’iniezione di fondi aggiuntivi per la Politica di Coesione 2014-2020, in attesa della piena operatività della programmazione dei fondi strutturali europei 2021-27.

Queste missioni a loro volta comprendono una serie di componenti funzionali per realizzare gli obiettivi economico-sociali definiti nella strategia del Governo, articolate in linee di intervento che comprendono una serie di progetti, investimenti e riforme collegate.

 

Le mission

 

La missione 1 “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”  è costituita da 3 componenti e si pone come obiettivo la modernizzazione digitale delle infrastrutture di comunicazione del Paese, nella Pubblica Amministrazione e nel suo sistema produttivo. Una componente è dedicata ai settori che più caratterizzano l’Italia e ne definiscono l’immagine nel mondo: il turismo e la cultura. Tra i punti chiave della mission figura il Piano Transizione 4.0 che può contare su 18,45 miliardi, in calo rispetto ai 19 del piano precedente.

La missione 2 “Rivoluzione verde e transizione ecologica” si struttura in 4 componenti ed è volta a realizzare la transizione verde ed ecologica della società e dell’economia italiana coerentemente con il Green Deal europeo. Comprende interventi per l’agricoltura sostenibile e l’economia circolare, programmi di investimento e ricerca per le fonti di energia rinnovabili, lo sviluppo della filiera dell’idrogeno e la mobilità sostenibile. Prevede inoltre azioni volte al risparmio dei consumi di energia tramite l’efficientemente del patrimonio immobiliare pubblico e privato e, infine, iniziative per il contrasto al dissesto idrogeologico, la riforestazione, l’utilizzo efficiente dell’acqua e il miglioramento della qualità delle acque interne e marine.

Per la missione 3 “Infrastrutture per una mobilità sostenibile” è articolata in 2 componenti e si pone l’obiettivo di rafforzare ed estendere l’alta velocità ferroviaria nazionale e potenziare la rete ferroviaria regionale, con una particolare attenzione al Mezzogiorno. Promuove la messa in sicurezza e il monitoraggio digitale di viadotti e ponti stradali nelle aree del territorio che presentano maggiori rischi. Prevede investimenti per un sistema portuale competitivo e sostenibile dal punto di vista ambientale per sviluppare i traffici collegati alle grandi linee di comunicazione europee e valorizzare il ruolo dei porti dell’Italia meridionale.

La missione 4 “Istruzione e ricerca” è uno dei capitoli che nel tempo ha subito maggiori modifiche in fatto di risorse, passando dai 33,81 miliardi della prima versione ai 30,88 dell’ultima. Pone al centro i giovani ed affronta uno dei temi strutturali più importanti per rilanciare la crescita potenziale, la produttività, l’inclusione sociale e la capacità di adattamento alle sfide tecnologiche e ambientali del futuro.

È divisa in 2 componenti e punta a garantire le competenze e le capacità necessarie con interventi sui percorsi scolastici e universitari degli studenti. Sostiene il diritto allo studio e accresce la capacità delle famiglie di investire nell’acquisizione di competenze avanzate. Prevede anche un sostanziale rafforzamento dei sistemi di ricerca di base e applicata e nuovi strumenti per il trasferimento tecnologico.

La missione 5 “Inclusione e coesione” si articola in 3 componenti:

  • Politiche attive del lavoro, con focus sul potenziamento dei centri per l’impiego e del Servizio civile universale, sull’aggiornamento delle competenze e sul sostegno all’imprenditoria femminile,
  • Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore, che spazia dagli interventi per la disabilità all’housing sociale,
  • Interventi speciali per la coesione territoriale, che comprende gli investimenti nelle aree interne, quelli per le Zone Economiche Speciali (ZES) e sui beni sequestrati e confiscati alla criminalità.

Ultimo capitolo nel PNRR è la missione 6 “Salute si articola in 2 componenti ed è focalizzata su due obiettivi: il rafforzamento della rete territoriale e l’ammodernamento delle dotazioni tecnologiche del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con il rafforzamento del Fascicolo Sanitario Elettronico e lo sviluppo della telemedicina.

Alle 6 macro-missioni, il Recovery Plan nazionale associa parallelamente tre priorità trasversali: donne, giovani e Sud. Questi tre temi che devono essere contenuti in tutti gli obiettivi del Piano nazionale e che saranno misurati negli impatti macroeconomici.

 

Le riforme previste

 

La parola chiave dei Recovery Plan di tutti i Paesi europei è riforme. Riforme che non vanno solo indicate in modo vago né dovrebbero essere sintetizzate in poche parole, ma che occorre spiegare nel dettaglio, dal momento che la Commissione europea le considera parte integrante del Piano. Quelle previste nel Piano di Draghi sono suddivise tra: riforme orizzontali, abilitanti e settoriali. Le riforme orizzontali, o di contesto, riguardano innanzitutto Pubblica amministrazione e giustizia. A queste si aggiungono riforme abilitanti, destinate a garantire attuazione e massimo impatto agli investimenti, tra cui si annoverano le misure di semplificazione e razionalizzazione della legislazione e quelle per la promozione della concorrenza. Infine sono previste specifiche riforme settoriali, le misure consistenti in innovazioni normative relative a specifici ambiti di intervento o attività economiche, destinate a introdurre regimi regolatori e procedurali più efficienti nei rispettivi ambiti settoriali.

 

I dubbi non mancano

 

Carlo Cottarelli su La Stampa ha spiegato in questi giorni come i soldi del Recovery Plan spingeranno la crescita del Prodotto Interno Lordo. Il piano, illustra l’economista, prevede un forte aumento della spesa pubblica con investimenti su digitalizzazione, infrastrutture, istruzione e sanità, che dovrebbe incoraggiare gli investimenti privati. Il piano agisce sul lato della produttività anche se non è esente da “buchi”. Come su asili e scuole. Dove si attende una spesa da 4,6 miliardi per nuovi posti ma senza distinguere tra primi e seconde. Cottarelli poi spiega che quando la spesa pubblica aumenta rapidamente il Pil cresce nell’immediato e cita il motto di Keynes: si possono far scavare buche per terra e questo farà comunque crescere l’economia. Però poi l’economista avverte: “Ma se l’obiettivo è di aumentare la capacità di crescita del paese occorrerà fare investimenti buoni e riforme buone. E ancora non sappiamo quanto buoni siano i progetti del Pnrr. Non solo mancano i dettagli (le schede), ma occorrerà tempo per valutare, per esempio, le scelte di investimento”.

C’è di più. Perché secondo Cottarelli i progetti non sembrano essere stati sottoposti a un’analisi costi-benefici. E poi aggiunge un dubbio più politico che tecnico: finché c’é Draghi le cose andranno avanti, ma quanto durerà il suo governo? In ogni caso si andrà al voto entro l’inizio del 2023 e lì si gioca una partita decisiva: “E sarà in occasione delle prossime elezioni che si vedrà cosa il popolo italiano pensa davvero. Sosterrà chi vuole portare a compimento il Piano? O cederà alle lusinghe di chi promette mari e monti, come spesso è accaduto in passato?”

I dubbi degli ambientalisti

Recovery plan, dai fondi per le comunità energetiche agli obiettivi (poco chiari) sulle rinnovabili: cosa c’è davvero per la transizione ecologica. Obiettivi non definiti sulla produzione di energia da rinnovabili, appesa alla riforma delle procedure autorizzative. Risorse e attenzione dedicate all’idrogeno che però pongono questioni mai risolte, come il peso delle esigenze di Eni e Snam che devono riconvertire la loro produzione di metanoEconomia circolare che punta più sugli impianti che sulla riduzione dei rifiuti. Evidente carenza di risorse per la biodiversità. E dubbi sugli stanziamenti per il biometano. Mentre il trasporto locale “sostenibile” incassa lo stanziamento maggiore dopo quello per il superbonus, i fondi sono molti meno di quelli destinati all’Alta velocità. Per la missione ‘Rivoluzione verde e Transizione ecologica’ nel Piano nazionale di ripresa e resilienza del governo Draghi ci sono quasi 70 miliardi, come in quello messo a punto da Conte. Per alcuni settori ci sono risorse mai viste (ad esempio smart gridcomunità energetiche e impianti off-shore per le rinnovabili) ma, a parte l’assenza di dibattito e lo sbilanciamento delle somme in alcuni settori, per altri gli ambientalisti segnalano diversi rischi. Tra cui, secondo Greenpeace, quello che si apra la strada “all’uso massiccio di inceneritori

 

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