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La commissione Ue conferma: patto di stabilità sospeso anche nel 2022

La decisione era nell’aria da tempo, ora è arrivata l’ufficialità: la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita continuerà per tutto il 2022. La clausola di salvaguardia, cioè il meccanismo che permette agli Stati Membri di sforare dal rapporto massimo del 3% tra il proprio deficit pubblico e il prodotto interno lordo, sarà valida almeno per i prossimi 18 mesi, così è stato detto l’altro giorno dal commissario all’Economia Paolo Gentiloni e dal vice-presidente esecutivo della Commissione europea Valdis Dombrovskis.

 

Bisogna tenere sotto controllo la spesa corrente.

Per Dombrovskis: “va mantenuta una politica di bilancio prudente, nel 2022 i Paesi avranno comunque obiettivi qualitativi”. Secondo Gentiloni: “sarà complicato trovare il consenso per cambiare il Patto”

Si tratta di giudizi in parte smussati dallo shock economico provocato dalla pandemia virale quelli pubblicati lo scorso 2 giugno dalla Commissione europea e relativi alle politiche di bilancio nei paesi dell’Unione. L’esecutivo comunitario ha confermato che il Patto di Stabilità rimarrà sospeso anche nel 2022. Per l’Italia il suggerimento è di perseguire una politica di bilancio prudente. Per il vicepresidente Valdis Dombrovskis: “bisogna prolungare la clausola di emergenza nel 2022, con l’obiettivo di disattivarla nel 2023. Stiamo incoraggiando gli Stati membri a mantenere misure di sostegno quest’anno e il prossimo. Occorre un mix di spesa focalizzato sugli investimenti e mantenendo sotto controllo le altre uscite che faciliterà il ritorno a posizioni più prudenti nel medio termine, il che sarà particolarmente importante per i paesi ad alto debito, tra cui l’Italia. Il desiderio della Commissione è di trovare un giusto equilibrio tra sostegno all’economia e uscita dall’emergenza, alla luce anche della situazione in cui versano i singoli Stati membri. In questo senso, l’esecutivo comunitario ha suggerito che fin dall’anno prossimo le politiche di bilancio si differenzino tra paesi. Il vicepresidente Valdis Dombrovskis ha precisato, inoltre, che tenuto conto della sospensione del Patto: “non vi saranno nel 2022 obiettivi di finanza pubblica quantitativi, ma solo qualitativi”. È stato ancora più preciso il “Commissario europeo per la fiscalità e l’unione doganale, gli audit e la lotta antifrode” Paolo Gentiloni che ha esortato l’Italia ad evitare l’accumulo di maggiore spesa corrente con conseguenze permanenti sui bilanci dei paesi più indebitati: “gli Stati membri con bassi livelli di debito dovrebbero sostenere l’economia con appropriate politiche di bilancio. I paesi con un debito elevato dovrebbero perseguire una politica di bilancio prudente”. Come detto, lo sguardo corre all’Italia, il cui stock di indebitamento sfiora ormai il 160% del prodotto interno lordo. Come tutti gli altri governi, anche quello italiano è stato costretto ad aumentare la spesa pubblica per sostenere l’economia in piena pandemia. Non sorprenderà quindi, alla luce anche della sospensione del Patto di Stabilità, che 13 paesi membri non abbiano rispettato la regola del debito nel 2020. Tra questi, oltre all’Italia, anche la Germania, la Francia e la Spagna. La Commissione europea ritiene che, in questa fase, non si debba decidere se sottoporre gli Stati membri alla procedura per debito eccessivo. Anche sul versante degli squilibri macroeconomici, la gravissima recessione di questi mesi ha, per così dire, congelato la situazione pre-pandemia. Sono 12 i paesi in difetto, di cui tre, Italia, Grecia e Cipro, che stanno facendo i conti con uno squilibrio eccessivo, a causa in particolare di una bassa competitività. In queste settimane i ventisette commissari della Commissione stanno presentando piani nazionali di rilancio (Pnrr) che devono rispettare le raccomandazioni-paese degli anni scorsi. In questo senso, l’adozione di riforme e l’entrata in vigore di investimenti nell’ambito del Fondo per la Ripresa dovrebbero aiutare ad affrontare le sfide già segnalate in passato e svolgere quindi un ruolo importante nell’affrontare gli squilibri macroeconomici esistenti, ricordando in Italia la riforma del fisco. Tornando al Patto di Stabilità, Bruxelles dovrebbe presentare entro la fine dell’anno suggerimenti per una sua modifica, così come era stato deciso poco prima dello scoppio della pandemia. Trovare il necessario consenso sarà complicato, ha ammesso il commissario Gentiloni. D’altro canto, la discussione sarà resa difficile dalle prossime elezioni in Germania e in Francia. In assenza di accordo su eventuali modifiche, il rischio è che nel 2023 tornino in vigore le regole dell’attuale Patto di Stabilità.

 

Presentato il Pacchetto Primavera

La Commissione europea ha, quindi, presentato il pacchetto di primavera del semestre europeo in cui fornisce orientamenti di bilancio agli Stati membri impegnati nel processo di graduale riapertura delle loro economie. Come già detto tali orientamenti intendono aiutare gli Stati membri a consolidare la ripresa economica, utilizzando al meglio il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF), strumento fondamentale e fulcro di NextGenerationEU. Quest’anno il semestre europeo è stato adattato per tenere conto dei collegamenti con i piani di ripresa e resilienza degli Stati membri che illustrano gli investimenti e le riforme che saranno finanziati dal dispositivo. Per la Commissione l’attivazione, nel marzo 2020, della clausola di salvaguardia generale del patto di stabilità e crescita ha consentito agli Stati membri di reagire rapidamente e di adottare misure di emergenza per ridurre al minimo l’impatto economico e sociale della pandemia. Nella comunicazione sulla politica di bilancio del 3 marzo 2021 la Commissione ha chiarito che la decisione di disattivare la clausola di salvaguardia generale dovrebbe essere presa sulla base di una valutazione complessiva dello stato dell’economia fondata su criteri quantitativi, il principale dei quali deve essere costituito dal livello dell’attività economica nell’UE rispetto ai livelli precedenti la crisi.
Sulla base delle previsioni economiche di primavera 2021 della Commissione la clausola di salvaguardia generale continuerà ad essere applicata nel 2022 per essere probabilmente disattivata a partire dal 2023.
Per la Commissione “è necessario infatti che la politica di bilancio continui a sostenere l’economia nel 2021 e nel 2022. A tal fine è opportuno che gli Stati membri evitino di mettere fine prematuramente al sostegno e si avvalgano pienamente dei finanziamenti del dispositivo per la ripresa e la resilienza. L’attuazione degli investimenti e delle riforme nell’ambito di tale dispositivo contribuirà a sostenere la ripresa economica, a promuovere un aumento del potenziale di crescita e occupazione, a ridurre gli squilibri e a migliorare le finanze pubbliche. Nel 2022 è opportuno che le politiche di bilancio nazionali siano progressivamente differenziate e che gli Stati membri mantengano gli investimenti a sostegno della ripresa. Non appena le condizioni lo consentano, gli Stati membri dovrebbero perseguire politiche atte a garantire la sostenibilità di bilancio a medio termine.
La Commissione ha adottato una relazione per tutti gli Stati membri dell’UE, tranne la Romania, già inserita nel braccio correttivo del patto. Scopo della relazione è valutare la conformità degli Stati membri ai criteri del disavanzo e del debito previsti dal trattato. Dall’analisi è emerso che il criterio del disavanzo è soddisfatto da Bulgaria, Danimarca e Svezia e non è soddisfatto da tutti gli altri Stati membri. Il criterio del debito non è soddisfatto da 13 Stati membri (Belgio, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Ungheria, Austria, Portogallo, Slovenia e Finlandia). La Commissione ritiene che in questa fase non sia opportuno adottare una decisione sull’opportunità o no di sottoporre gli Stati membri alla procedura per i disavanzi eccessivi. Nel caso della Romania la Commissione raccomanda di aggiornare il percorso di aggiustamento di bilancio per correggere il disavanzo eccessivo nel 2024.
La Commissione ha individuato vulnerabilità macroeconomiche dovute a squilibri e squilibri eccessivi per i 12 Stati membri selezionati ai fini dell’esame approfondito nella relazione 2021 sul meccanismo di allerta. Tre Stati membri continuano a presentare squilibri eccessivi (Cipro, Grecia e Italia) mentre altri nove presentano squilibri (Croazia, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Spagna e Svezia).

 

Il commissario Ue all’Economia ha spiegato che Bruxelles rinuncerà ad attivare la procedura per deficit eccessivo nei confronti dei 13 Paesi, tra cui l’Italia, che hanno sforato il tetto del 3% rispetto al loro prodotto interno lordo. Per il futuro chiede investimenti su ricerca, istruzione e infrastrutture pubbliche

 

La Commissione europea ha presentato l’altro ieri il suo spring package, che contiene le indicazioni per le politiche economiche del 2021, non troppo differenti rispetto a quelle dello scorso anno, ha ammesso il commissario al Lavoro e ai Diritti Sociali Nicolas Schmit. Ad accompagnarle ci sono i rapporti sulla situazione economica degli Stati Membri e una proposta di linee-guida per le politiche occupazionali nell’UE. In generale, la rotta intrapresa è quella di continuare a supportare le economie nazionali, rimandando a tempi migliori l’aggiustamento dei conti. Del resto, secondo le previsioni dell’esecutivo comunitario, l’economia europea tornerà ai livelli precedenti alla crisi sanitaria solo nell’ultimo trimestre del 2021 e bisognerà aspettare l’inizio del 2022 per avere lo stesso risultato nell’Eurozona.

Non mancano le raccomandazioni, soprattutto agli Stati più indebitati: man mano che il rischio sanitario diminuirà, nell’arco del 2022, sarà necessario orientare le proprie scelte economiche in modo da favorire gli investimenti pubblici e privati, ma soprattutto dirottare i fondi dalla spesa corrente al finanziamento di ricerca, istruzione e infrastrutture pubbliche. I soldi pubblici dovranno spingere la crescita, con un occhio di riguardo alla transizione ecologica e a quella digitale. Stessa filosofia da adottare per le politiche fiscali: meno tasse sul lavoro, di più su pratiche e comportamenti nocivi per l’ambiente, che andranno progressivamente disincentivati. Centrale in questo progetto di ripresa è ovviamente il Next GenerationEU e in particolare il suo Recovery and Resilience Fund, che ammonta a 672,5 miliardi di euro, sui 750 totali fra prestiti e contributi a fondo perduto. Circa 360 miliardi dei primi e 312 miliardi dei secondi saranno disponibili per gli Stati Membri nei prossimi sei anni, al fine di supportare riforme e investimenti: un’opportunità senza precedenti da non lasciarsi scappare, hanno fatto capire i commissari. La Decisione sulle risorse proprie dell’UE, ratificata la settimana scorsa dai parlamenti di Polonia e Austria, gli ultimi fra i 27 Stati Membri a dare la propria approvazione, permette alla Commissione di reperire da subito i fondi necessari sui mercati e di iniziare a erogare i primi pagamenti già a luglio. Lo sviluppo dei vari piani nazionali di ripresa e resilienza (al momento sono 23 su 27 quelli consegnati ai commissari) verrà seguito con occhio vigile da Bruxelles. Da un lato la Commissione comunica che fornirà supporto e assistenza tecnica alle capitali, dall’altro chiede al Consiglio dell’Unione europea di fare presto con le implementing decisions, cioè le autorizzazioni formali a ogni Paese per procedere con il proprio programma. Le proposte arriveranno sul tavolo dei ministri dell’UE già nella seconda metà di giugno, si spera in una rapida convalida entro il mese prossimo. Passata la pandemia e tenendo in conto le dimensioni della ripresa economica, sarà il momento di tornare alle regole consuete, con gli Stati Membri chiamati a «garantire la propria sostenibilità nel medio termine». Debito pubblico e deficit, insomma, dovranno tornare ad abbassarsi, ma non in modo indiscriminato e a discapito degli investimenti statali, ha sottolineato Gentiloni. Sarà importante intervenire sulla composizione della spesa pubblica, e non solo sulle sue dimensioni, per rinforzare il potenziale di crescita dei vari Paesi. Il discorso vale per tutti i Paesi dell’UE, ma soprattutto per chi presenta eccessivi squilibri macroeconomici: Grecia, Italia e Cipro soffrono di un grave indebitamento pubblico (rispettivamente al 205%, 155,8%, e 118,2% del proprio Pil) e non riescono a rendere produttivi i soldi che prendono in prestito dai mercati. In questo modo il loro potenziale rimane troppo basso per produrre una significativa riduzione del debito: una sorta di circolo vizioso dal quale sarà necessario svincolarsi al più presto. Alle capitali europee toccherà trasformare le raccomandazioni della Commissione in azioni concrete.

 

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